Il vero volto dell'emergenza.

Crisi energetica e Paesi in via di sviluppo. Urgenza e preoccupazione nella lettura di Carlo Rubbia – Un “caso musicale” di autentica passione per il rinnovamento.

Una corretta valutazione della crisi energetico-ambientale in cui il nostro tempo si dibatte non può prescindere dal faticoso cammino di “riallineamento” che stanno percorrendo i Paesi in via di sviluppo. Troppo occupato e preoccupato a risolvere il proprio futuro ed i propri mali, Il mondo occidentale, è portato, comprensibilmente ed egoisticamente, a dimenticarsi dello stato e della numerosità di chi deve ancora affrontare le dinamiche di crescita archiviate dai nostri Paesi ormai da decenni.

La sperequazione di consumi di energia primaria pro-capite emerge in tutta la sua gravità guardando in faccia i numeri: a fronte degli 8 e 3 tep “bruciati” annualmente da americani ed europei, 4 miliardi di persone vivono con meno di 1 tep all’anno, dei quali 1,6 non dispongono di elettricità.

E’ chiaro che, se gli americani dovranno “rassegnarsi” a vivere come gli europei (la riduzione delle masse e cilindrate medie dei mezzi di trasporto darebbe già un aiuto, così come la modifica di certe loro abitudini nella climatizzazione estiva …) e gli europei potranno incamminarsi sulla strada della razionalizzazione e della sobrietà energetiche, non si potrà però impedire al resto del mondo di evolversi, spostando i propri fabbisogni verso standard allineanti con i paesi industrializzati.

In altre parole, gran parte degli sforzi prodotti dal mondo occidentale per fronteggiare la crisi energetico-ambientale rischia di essere vanificato dall’incremento dei legittimi fabbisogni dei paesi emergenti; non resta che auspicare che costoro seguano un modello energetico di sviluppo più virtuoso di quello percorso dai paesi oggi industrializzati, e che questi ultimi sappiano fornire soluzioni-guida collaudate e più efficaci di quelle fin qui percorse.

Queste sono alcune tra le considerazioni ampiamente sviluppate e documentate da Carlo Rubbia, invitato a Trento dalla Fondazione Caritro per una conferenza lo scorso 8 maggio. Chi si aspettava una galleria di soluzioni e risposte a Quale energia per il futuro? – questo il titolo – può essere rimasto deluso, salvo alcuni sintetici accenni al nucleare basato sull’impiego di torio, o alla produzione di elettricità col solare termodinamico.

In cambio il premio Nobel ha fornito una lettura dell’emergenza inedita e, per chi ha valutato bene i numeri prodotti con acutezza, angosciante; i paesi emergenti hanno diritto ad una vita dignitosa, una vita dignitosa richiede benessere, il benessere passa attraverso lo sviluppo, lo sviluppo presuppone energia … A realtà oggi in autentica esplosione economica, quali Cina ed India, non possono essere negate le risorse energetiche necessarie allo sviluppo; e, per contro, l’obbligo di “pulire” il mondo va posto a carico di chi lo ha fino ad ora “sporcato”…

La disincantata e provocatoria lettura di Rubbia denuncia di fatto la grave urgenza del problema e sollecita una risposta ed uno sforzo colossali, a tutti i livelli: dai politici -che devono predisporre gli strumenti di programmazione ed incentivazione adeguati-, agli imprenditori –loro il compito di riconoscere nell’energia un settore in cui investire con coraggio-, al mondo accademico e professionale –che deve saper innovare e rinnovare-, a quello dei consumatori –che devono riconoscere nella razionalizzazione energetica un impegno nuovo- …

Solo una “mobilitazione generale” può sortire una risposta in tempi e modi adeguati per affrontare l’emergenza: sembra giunto il momento di un fronte comune, di una cooperazione senza riserve, rivolta ad un bene globale che deve superare gli interessi di parte, ad un interesse collettivo che superi i consueti individualismi.

Nella civiltà umana non mancano esempi di soggetti che, sapendo comprendere a fondo la crisi del proprio tempo si sono prodigati con generosità, fornendo con impeto il proprio contributo all’apertura di nuovi orizzonti e all’avvio di una nuova stagione. In uno dei numeri scorsi di Energia e ambiente - con un ardito accostamento che può risultare gradito a chi ami arte e tecnologia - abbiamo provato a rintracciare nella figura di Beethoven il prototipo dell’innovatore, disposto ad inseguire sogni, progetti ed ideali, rinunciando a percorsi convenzionali molto più praticabili e gratificanti. Ebbene, se Beethoven impersona il genio solitario, scontroso ed inarrivabile, uno degli artisti che meglio esprime la profonda comprensione delle crisi del proprio tempo, e lo sforzo generoso per superarle, è Robert Schumann.

Il mondo musicale di allora gravitava attorno ad un asse culturale mitteleuropeo, esteso da Vienna – frivola e cattolicissima capitale austro-ungarica, già patria musicale di Haydn, Mozart e Beethoven prima, di Schubert e Bruckner poi - ad Amburgo - fiorente e protestante centro commerciale, terra dei Bach e successivamente di Mendelssohn e Brahms -. Questo ambiente vivace diventa in quegli anni il luogo di un processo musicale tumultuoso ed incessante, con cui la purezza armonica ed il rispetto delle regole classiche lasciano il posto a nuove forme sempre più libere da schemi preconcetti, sempre più basate sull’intuizione e sull’ispirazione: Schumann coglie immediatamente ed istintivamente questi stimoli ed impulsi, promuovendo con ogni risorsa questo processo innovativo, collocandosi nella scia del grande lavoro iniziato qualche anno prima da Beethoven, che da lontano aveva aperto la via alla grande stagione del Romanticismo.

Protagonista di uno dei più felici matrimoni d’arte con Clara, brillante pianista e compositrice sulla scena europea, ciò che stupisce in questo straordinario musicista non è solo il valore e la vastità della composizione, ma la grande partecipazione al clima di rinnovamento ed il ruolo svolto nella vita culturale e musicale europea, con un’attività giornalistica e critica inesauribile, tesa a promuovere il progresso ed animata da un vivo desiderio di libertà.

Dalle colonne della sua rivista stronca ogni forma di conservatorismo, accademismo ed, in generale, tutto quanto si oppone al rinnovamento culturale; in particolare demolisce il manierismo di quegli autori alla moda che pretendevano di far sopravvivere la musica del Settecento alla sua età, e che la storia boccerà sonoramente consegnandoli all’oblio.

Viceversa, Schumann sostiene e difende a spada tratta Berlioz, incompreso iniziatore del Romanticismo musicale in Francia, così come è legato da profonda amicizia, ammirazione e stima al suo quasi coetaneo Mendelssohn, musicalmente e caratterialmente tanto diverso, ma così vicino negli atteggiamenti interiori e nel percepire la tempesta spirituale dell’epoca. Ma, soprattutto, Schumann scopre e rivela al mondo il genio di Chopin, Liszt e Brahms, fino allora del tutto ignoti al mondo musicale e cui la storia assegnerà posizioni di primordine tra i compositori di tutti i tempi.

Ci si trova quindi di fronte ad un protagonista della storia della musica in cui la presuntuosa consapevolezza, propria di tanti artisti, lascia lo spazio ad una passione per il progresso musicale, sgombra da qualsiasi forma di autoreferenzialità, ma informata alla massima obiettività e generosità: proprio in virtù di queste caratteristiche, il suo contributo alla musica va ben oltre la sua composizione.

A 46 anni, in un manicomio vicino a Bonn, si chiude la tormentata ed infelice esistenza di questo grande compositore romantico, segnata da una diffusa incomprensione, da un matrimonio felice ma osteggiato da un irriducibile suocero, da frequenti lutti familiari, da una psiche molto sensibile e fragile, tanto da portarlo ad un tentativo di suicidio.

A quasi 2 secoli dalla nascita, gli appassionati di musica, d’arte e di storia continuano a guardare con simpatia e gratitudine a questo talento, per il generoso contributo dato al progresso producendo un esempio di primato dell’interesse generale sui particolarismi. Questa testimonianza può oggi risuonare di esempio nell’attuale frangente energetico, la cui l’urgenza impone il superamento degli egoismi in nome di una causa comune: il tempo per azzuffarsi sulla localizzazione dei termovalorizzatori è esaurito, così come lo spazio per dibattere sul nucleare (e sui tardivi cambiamenti di idea e rotta), così come non c’è più tempo per i divieti incrociati sull’eolico, sull’idroelettrico, sui combustibili vegetali … C’è solo da attivarsi tempestivamente, guidati dal buon senso e dalla passione. Come Schumann.


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